Il PalaPartenope non accoglie semplicemente un congresso politico: lo travolge. La sala, colma
all’inverosimile, vibra come un’unica cassa armonica fatta di giovani, anziani, famiglie, militanti,
curiosi. È un venerdì carico di attese, e l’aria sembra densa di elettricità. Il primo intervento tocca
alla Professoressa Annunziata Aliberti, Presidente della lista Pensionati Consumatori. La sua
voce, ferma e pulita, rimbalza nel teatro: parla di una Campania che «si rialzerà», pronta a passare
«dai sedili dei passeggeri alla cabina di pilotaggio». È un’immagine forte, quasi chirurgica nella
sua precisione evocativa: la Regione che smette di subire e inizia a guidare. Subito dopo sale sul
palco Gianfranco Rotondi, figura storica del Cattolicesimo Democratico. Rievoca con eleganza
un frammento d’identità nazionale: «La Democrazia Cristiana, la Balena Bianca». Per Rotondi, la
politica autentica è una somma di elementi non negoziabili: identità, chiarezza programmatica,
etica, coerenza. Aggiunge, senza infingimenti, che Roberto Fico rappresenterebbe «la negazione
di ogni tradizione politica». Il pubblico reagisce applaudendolo con energia. Per la lista Moderati
e Riformisti interviene Gennaro Salvatori, sorpreso e quasi indignato all’idea che «i napoletani
possano affidare il loro futuro alla sinistra incoerente e bugiarda». La platea accoglie le sue parole
con consensi vigorosi. È poi la volta di Antonio De Poli, Questore del Senato e Segretario UDC.
Anche lui non usa mezzi termini: «La sinistra e i suoi ipocriti hanno paura che possiamo portare a
casa i voti per cambiare il futuro della Campania». Il suo discorso è ritmato, scandito da promesse
di riforme e da un lessico che richiama il rigore dell’istituzione che rappresenta. Improvvisamente
la sala si accende: tra cori, braccia alzate e bandiere, entra Edmondo Cirielli, candidato
Presidente della Regione Campania. La sua biografia scorre come un curriculum di disciplina e
servizio allievo della Nunziatella nel 1980, maturità scientifica nel 1983, Accademia Militare di Modena,
Scuola Ufficiali Carabinieri, tre lauree tra Parma e Salerno, Consigliere Regionale nel ’95 e nel
2000, Presidente della Provincia di Salerno nel 2009, Ufficiale dell’Arma poi promosso
onorificamente Generale di Brigata nel 2020. E ancora, Consigliere della Fondazione Italia USA,
Viceministro degli Affari Esteri nel Governo Meloni. Quando parla, la sua voce è controllata ma
vibrante. «Napoli non è seconda a nessuna città», dice, definendola «un diamante, il fiore
all’occhiello dell’Italia». Dalla platea arrivano applausi e un’onda di entusiasmo che sembra non
avere intenzione di fermarsi. Poi è il turno di Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati. La sua
oratoria è diretta: «Al Nord come al Sud c’è diritto al lavoro», urla alla folla. Si chiede perché la
Campania debba «accontentarsi dell’assistenzialismo mentre altrove si invoca il lavoro». Parla di
giovani, «i nostri talenti», e annuncia la proposta di una borsa di studio da 500 euro per gli
universitari con media dal 27 in su. «I giovani devono restare qui, nella loro terra», dice, prima di
citare Cesare Balbo: «I codardi chiedono l’esito della battaglia; i coraggiosi chiedono dov’è il
campo». Le bandiere che si alzano anticipano l’ingresso di Matteo Salvini. Il Leader leghista
denuncia l’astensionismo, definendo «complice dei Cinque Stelle» chi non vota. Ricorda che la
Campania ha la TARI più alta d’Italia e parla delle ecoballe «ancora lì», accusando l’attuale
Governo Regionale di incapacità. E conclude: «Con Fratelli d’Italia in Campania prevarrà la
Meritocrazia. Non lavoreranno quelli con la tessera giusta, ma quelli che meritano». Con l’arrivo
di Antonio Tajani, il tono cambia ancora. Il Ministro degli Esteri rievoca Silvio Berlusconi, a cui
dedica la Riforma della Giustizia, e richiama la figura di Salvo D’Acquisto, «napoletano e
martire», che sacrificò la propria vita per salvare ventidue innocenti. «Napoli è fondamentale per il
futuro dell’Italia», ribadisce. «Chi ci crede combatte. Chi ci crede vince». E poi, come in una
pièce che attende il suo atto finale, entra IL Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La platea
esplode. Le bandiere di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Tricolori ondeggiano come un mare
agitato. Una voce dalla galleria urla: «Giorgia, salvaci!». Meloni sorride, saluta, ringrazia. Il suo
ingresso ha il sapore di un momento storico per i presenti. La folla intona “Chi non salta
comunista è!”, e Meloni, con un gesto che richiama una celebre immagine di Silvio Berlusconi,
salta insieme al pubblico. È un attimo di identificazione collettiva. Nel suo discorso attacca
Roberto Fico, ricordando l’incoerenza tra aver definito De Luca “impresentabile” e poi essersi
alleato con lui. Promette scuole migliori, sanità più efficiente, liste d’attesa ridotte, più medici, più
lavoro. Promette soprattutto che i giovani «non saranno più costretti a migrare al Nord».
«Vinciamo — dice — e non ve ne pentirete. Napoli sarà sempre nel mio cuore. E con Edmondo
Cirielli Presidente, la Campania tornerà grande». Il congresso si chiude con tutti in piedi, mano sul
cuore, mentre l’Inno di Mameli riempie il PalaPartenope. Le voci sono composte, fiere,
emozionate. In molti escono con una certezza negli occhi: per il Sud potrebbe iniziare una nuova
pagina, una di quelle che, nel bene o nel male, fanno storia. Nun tien nient a fa’? E virt nu poc a
terra mia, vir’! https://www.facebook.com/viaggioneicampiflegreidinapoli
Avv. Danila De Novellis