L’intervista è a cura del dott. Roberto Orellana

( nella foto di repertorio , il Prof. Adriano Giannola)

Oggi siamo qui con il Prof. Adriano Giannola, noto studioso ed economista, Presidente dello Svimez, riconosciuto a livello internazionale per la sua competenza.

Intro: Parleremo dei dazi che il Presidente americano Trump vuole applicare – e ha già in parte introdotto – e degli effetti economici che queste misure potrebbero avere sull’economia europea, in particolare su quella italiana, e sulla crescita globale.

R: Per schematizzare, gli effetti dipendono dall’entità dei dazi applicati. Un dazio riduce la capacità di vendita per chi lo subisce, perché aumenta il prezzo finale dei prodotti. D’altra parte, è vero anche che chi impone dazi sulle importazioni – come gli Stati Uniti farebbero con i prodotti italiani – provoca un rincaro dei prezzi, riducendo così la domanda e le esportazioni italiane. Tuttavia, questa misura non è indolore neppure per chi applica il dazio: genera infatti una pressione inflazionistica, poiché i beni colpiti, anche se consumati in quantità minore, avranno comunque prezzi più elevati.

Particolare rispetto all’Italia: il deficit è legato soprattutto, o in gran parte, a beni alimentari che sono diventati molto apprezzati: formaggi, salumi, ecc. Quindi, la possibilità di ridurre le importazioni è abbastanza elevata, perché in effetti si tratta di beni non indispensabili. Non dico che siano beni di lusso, ma sono comunque legati a un certo livello di benessere e possono essere sostituiti. Anzi, potrebbero incentivare quello che si chiama Italian sounding – l’imitazione dei prodotti italiani, che è già molto diffusa – e ciò potrebbe penalizzarci anche a lungo termine. Nel senso che, una volta tolto il dazio, se esiste un bene sostitutivo più o meno accettabile, questo potrebbe insediarsi nel mercato. Non dico che sostituisca del tutto l’originale, ma certamente prenderebbe spazio. E su questo, in Europa, abbiamo lottato parecchio. In Europa, penso, ma se poi nel resto del mondo succede una cosa simile… Poi ci sono anche altri settori, come la meccanica di precisione, ma qui il problema è più legato alla nostra posizione nella catena del valore. Le merci diventano più care a causa dei dazi: se, per esempio, si impongono dazi molto elevati sulle automobili, potremmo smettere di produrle. Tuttavia, siamo molto conosciuti ed essenziali per tante componenti, come quelle della Volkswagen e delle auto tedesche. Quindi, anche in questo caso, saremmo colpiti all’interno della catena del valore. Questi sono i rischi più rilevanti. E la stranezza di Trump sta proprio in questa sua apparente incertezza su cosa tassare, su quali prodotti imporre dazi e a chi applicarli. Un uso, dunque, molto politico, quasi una sorta di avvertimento: Trump ha un atteggiamento molto ambiguo, dicendo poi: “Possiamo anche concordare qualche sconto”. Questo comportamento, per molti versi, è un segnale che lui sa di poter danneggiare l’economia – persino quella del suo paese. Ma c’è dell’altro: se c’è questa frenesia di imporre dazi soprattutto sull’Europa, quasi come una rivalsa (non si capisce bene il motivo, dice: “L’Europa mi vuole imbrogliare”), dietro c’è una forte esigenza di ridurre il deficit commerciale. Cosa significa questo? Significa che c’è una difficoltà nel governo dell’economia statunitense. Vedo questa frenesia, questo andare avanti e indietro, provare una cosa e poi un’altra, come se fosse una stranezza che sconvolge l’ordine mondiale. Ma è anche, indirettamente, la confessione di una grande difficoltà degli Stati Uniti nel mantenere un’economia stabile. Noi abbiamo un debito pubblico enorme, ma gli Stati Uniti ne hanno uno molto più grande. E mentre noi siamo un “moscerino” nell’economia globale, loro sono un “elefante”. E quando questo elefante si finanzia all’estero con il debito pubblico – guarda caso, i titoli di Stato americani sono in gran parte in mano ai cinesi – si sta mettendo, in un certo senso, con la testa sul patibolo. Perché un domani i cinesi potrebbero agire: per ora sono tranquilli, forse osservano con soddisfazione il caos creato da Trump, ma in futuro potrebbero attaccare il dollaro vendendo massicciamente i titoli.

D: Quindi, buona parte del debito pubblico americano è stato comprato dai cinesi?
R: Sì, c’è un grande deficit. E la Cina è diventata avanzata proprio perché le multinazionali americane – come la Apple – hanno costruito lì i loro prodotti. Tutto è in Cina, dimostrando, a mio avviso, una scarsa lungimiranza. Hanno avuto grandi profitti, ma hanno anche costruito il loro antagonista mondiale. Chi ha reso forte la Cina? Gli Stati Uniti stessi. E oggi tutto questo sta venendo al pettine. Trump, in modo più o meno scomposto, sta lasciando messaggi inquietanti, ma allo stesso tempo cerca di porre un argine a questo problema di fondo. Non voglio dire che la situazione sia già drammatica, ma c’è. Per contrastarla, adotta comportamenti strani: contratti, ricatti (come con il Messico), e poi distrazioni di massa – come la Groenlandia, dove magari potrebbe persino creare una colonia americana. Di fronte a queste difficoltà emergenti, per noi è un grosso problema, perché ci siamo sempre abituati a Stati Uniti cooperativi, anche se assertivi. Ora, invece, ci appare un comportamento irrazionale. Ma se dietro questa irrazionalità c’è una costrizione, una stretta di vincoli economici, allora c’è davvero da preoccuparsi. Una crisi finanziaria scatenata sul dollaro, magari provocata dai cinesi, o l’emergere di valute alternative (come una potenziale valuta indiana) potrebbe frammentare il commercio globale. Se il mondo smettesse di usare il dollaro come moneta dominante, le relazioni internazionali diventerebbero più instabili e pericolose. In sostanza, passeremmo da un ordine (pur con speculazioni finanziarie) a un mondo in cui ogni giorno potrebbe succedere qualcosa di imprevedibile.

D: Europa e Italia: come reagire?
R: L’Europa, e in particolare l’Italia, non hanno molte scelte. Se gli USA impongono dazi, dovremmo rispondere. Non possiamo semplicemente subirli. Forse si arriverà a un accordo (un gentlemen’s agreement), dove invece del 20% si applicherà il 10% o l’8%, con la promessa di tornare alla normalità tra due anni. Ma dobbiamo reagire, non aspettare passivamente.

D: Alcuni politici italiani sostengono di non rispondere con nuovi dazi, mentre il governo francese con la Presidente von der Leyen propone una linea più dura, lei cosa ne pensa?

R: Io credo che rispondere con dazi mirati sia un modo per dire: “Noi siamo europei, e aumenteremo il commercio interno”. Se non vendiamo più certi prodotti negli USA perché troppo costosi, li venderemo in Europa. Ad esempio, i francesi potrebbero vendere più champagne in Italia, e noi più prosecco in Francia. Certo, non sarà una compensazione totale, ma potrebbe rafforzare il mercato intraeuropeo. Siamo il mercato più ricco del mondo: se gli americani ci fanno pagare di più per un prodotto, possiamo comprarlo altrove in Europa a un prezzo migliore. I tedeschi, ad esempio, potrebbero ridurre i prezzi per venderci ciò che prima esportavano negli USA. Questo creerebbe una rete commerciale più solida, indotta proprio dalle politiche americane. Intanto, l’incertezza sta già avendo effetti: le previsioni del PIL USA sono calate del 2% in un trimestre, l’inflazione riprende, e la Fed non ha abbassato i tassi. Per noi è quasi un’abitudine, ma negli USA queste oscillazioni hanno un impatto maggiore. Eppure, sembrano ignorare certi problemi – come noi, del resto, che quasi non ci facciamo caso a un tasso di disoccupazione del 10% al Sud.

D: Ma questi dazi sono in linea con le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio? Quali potrebbero essere le conseguenze legali?

R: Le conseguenze potrebbero portare non tanto allo smantellamento di queste organizzazioni internazionali, ma a una situazione di non-compliance con le regole. L’OMC potrebbe dichiarare che le misure di Trump violano gli accordi, ma lui ha già chiarito che non gliene importa nulla. Del resto, Trump potrebbe persino uscire dall’ONU – anche se non lo farà, perché gli conviene mantenere il diritto di veto in un’organizzazione che, bene o male, ha ancora un significato politico, morale e operativo. Rinunciarvi sarebbe suicida. Gli Stati Uniti potrebbero anche smettere di finanziare l’ONU, anche se attualmente contribuiscono più del dovuto (come avviene per la NATO). Tuttavia, difficilmente rinuncerebbero a questo potere, soprattutto considerando che furono proprio loro – con Wilson dopo la Prima Guerra Mondiale – a creare il primo embrione delle Nazioni Unite, un vanto storico americano. Distruggere tutto questo sarebbe un paradosso.

D: Quindi, se ho capito bene, la politica dei dazi di Trump è più una dimostrazione di debolezza che di forza?

R: “È una dimostrazione di grande debolezza. In qualche modo, questa situazione è collegata all’ascesa dei BRICS e ai paesi emergenti guidati oggi da nuove potenze. Sì, in sostanza Trump sta alzando barriere commerciali come forma di isolazionismo – il suo famoso ‘America First’. Il ragionamento è: ‘Dove ho il deficit maggiore? Con l’Europa? Bene, iniziamo a tagliare lì’. L’approccio è molto ambiguo perché non chiarisce mai completamente i suoi obiettivi, sembra quasi schizofrenico. In realtà, questa apparente incoerenza diventa comprensibile se analizziamo:

  1. La situazione del debito americano
  2. Il ruolo del dollaro come valuta globale
  3. L’ascesa della Cina come potenza economica

E perché ora si avvicina alla Russia? Sembra un paradosso, considerando che storicamente la Russia è sempre stata un avversario. Dobbiamo ricordare cosa accadde dopo la caduta del comunismo in Polonia e negli altri paesi del blocco sovietico. Gli Stati Uniti ebbero un ruolo cruciale nella transizione russa dal comunismo, influenzando profondamente il processo di privatizzazione attraverso economisti mainstream e politiche occidentali. Questo spiega in parte l’attuale risentimento russo verso l’Occidente. Vorrei approfondire un aspetto poco noto: durante la transizione dall’era Gorbaciov a quella di Eltsin, la Russia visse un dramma umanitario di proporzioni enormi. Le statistiche mostrano:

  • Un crollo demografico senza precedenti
  • Milioni di morti per fame, malattie e suicidi
  • Un tracollo del sistema sociale

Noi occidentali abbiamo celebrato l’avvento del mercato, ma dietro le privatizzazioni si nascondeva una tragedia collettiva che spiega molta della rabbia russa verso il mondo occidentale.

D: Professore, come dicevo, spero di poter approfondire questi temi in una prossima occasione qualche altra intervista su questo argomento e magari anche sul riarmo dell’Europa o come viene chiamata adesso la prontezza

R: L’unica cosa che vorrei dire sul riarmo dell’Europa – al di là del fatto che mi piaccia o meno – è che mi è sembrato molto intelligente e serio un recente articolo del Ministro della Difesa Crosetto. Egli ha espresso un concetto molto chiaro: l’Europa non può riarmarsi con un esercito comune perché i trattati europei stabiliscono espressamente che la difesa è di competenza esclusiva degli Stati membri.

L’unica struttura veramente comune che abbiamo è la NATO, che:

  • Organizza esercitazioni congiunte
  • Dispone di forze armate integrate
  • Opera sotto un comando unificato (seppur fortemente legato agli Stati Uniti)

Questo ci porta a una riflessione fondamentale: cosa intendiamo veramente per “difesa comune europea”? Dobbiamo articolare chiaramente le nostre opzioni:

  1. Vogliamo smantellare la NATO?
  2. Preferiamo creare una struttura parallela?
  3. Optiamo per mantenere la NATO anche senza il pieno coinvolgimento americano?

Bisogna considerare che se gli Stati Uniti decidessero di ritirarsi, porterebbero con sé non solo il loro sostegno, ma anche le testate nucleari dislocate in Europa. Tuttavia, resterebbero comunque gli oltre 850 basi militari americane sparse nel mondo – molte delle quali strategicamente posizionate attorno a Cina e Russia. Se gli Stati Uniti volessero ridurre il loro impegno in Europa, la NATO resterebbe comunque operativa. Dobbiamo ragionare in questi termini. Come ha correttamente sottolineato il Ministro, parlare di difesa comune europea è inutile perché istituzionalmente impossibile. Possiamo fare tentativi volontaristici, ma sarebbero estremamente rischiosi, mentre la NATO – con tutti i suoi limiti – rimane una realtà consolidata. L’articolo 5 del trattato NATO esiste e mantiene la sua validità, anche se non è mai stato formalmente invocato.

D: Professore, un’ultima questione: quali conseguenze occupazionali potremmo avere in Italia?

R: Certo, ci saranno effetti, particolarmente al Sud. L’agricoltura meridionale è già più costosa rispetto al Nord, ma se riuscissimo a integrarci meglio nel mercato europeo, potremmo trovare nuove opportunità. La chiave è che ogni paese europeo avrebbe interesse a vendere agli altri ciò che non riesce più a esportare negli USA.

D: Si potrebbe pensare anche ai mercati dell’America Latina o della Cina?

R: La Cina rappresenta un caso particolare: non è un paese importatore ma esportatore. Se non creiamo spazio per i prodotti cinesi (come nel caso della Via della Seta), difficilmente potremo aumentare le nostre esportazioni verso di loro. Prendiamo l’esempio degli agrumi: noi esportavamo arance, loro ci vendevano prodotti Huawei. L’intelligenza artificiale è un altro capitolo importante – la Cina ha compiuto passi da gigante, strappando agli americani il monopolio tecnologico. È un cambiamento epocale: gli stessi Stati Uniti che hanno creato il sistema globale ora ne subiscono le conseguenze.

Grazie professore per questa intervista. Saremmo lieti di coinvolgerla nuovamente per discutere di temi come il riarmo, la Russia, la Cina e gli equilibri globali.

R: Osserveremo come evolverà la situazione. Speriamo di poter analizzare insieme questi cambiamenti che sembrano ormai irreversibili.”

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